A mission possible

Per essere sereni, bisogna conoscere i confini delle nostre possibilità, e amarci come siamo.Romano Battaglia, Il fiume della vita

Se dunque il cambiamento è inevitabile, sia che provenga da fattori esterni che da nostre scelte, è legittimo tentare di individuare quel quid capace di rendere compatibile il cambiamento e uno stato di benessere. Benessere o equilibrio dell’essere che può essere declinato, in misura via via crescente, in facile appagamento, banale soddisfazione, ponderata serenità, somma felicità.

Per Tarchetti – esponente piemontese del movimento artistico e letterario della scapigliatura – «gli uomini non ripongono mai la loro felicità in ciò che sono, ma in ciò che sperano di divenire; e non so se sia per questa illusione che essi non possono mai raggiungere la felicità, o se, appunto perché sanno di non poterla mai raggiungere, la ripongono volentieri in questa illusione» rimanendo, fatalmente, infelici e sofferenti poiché solo «il dolore mi parve sempre più vero, più naturale, e aggiungerei quasi, più sereno».

Diversamente dall’autore sansalvatorese che esclude la felicità ritenendo possibile esclusivamente l’afflizione, Busi ci invita a non accontentarci della felicità ma di aspirate alla serenità (Busi 1992). Raccomandazione suggerita dalla considerazione che se la felicità dipende solo da traguardi superiori alle nostre tasche è la depressione che ci scava la fossa senza avvertirci.

Anche Anna Maria Mariani sosteneva, durante le lezioni di Educazione degli adulti presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Torino, che la felicità, semmai la si raggiunge, è momentanea, e perciò è più saggio tentare di conseguire la serenità. Serenità dunque da avvicinare e tenere ben stretta a sé. Reputa così pure Gervaso, citato da Greco, se assicura che «se la felicità oltre che rara è così breve e caduca, la serenità, ugualmente non scevra di limitazioni e decurtazioni, non ci è negata, anche per lunghi periodi. Dipende molto da noi cercarla, costruirla, difenderla» (Greco 2006).

Diversamente il multidisciplinare Edoardo Boncinelli prende le mosse dal concetto antitetico alla felicità. L’autore ritiene che l’infelicità possa essere descritta mediante un decalogo. L’infelicità, essenzialmente, è un destino – e non un accidenti – di tutti ma «c’è chi se ne ricorda sempre, in ciascun istante della propria vita, e chi riesce a dimenticarsene, a intervalli più o meno lunghi». Possiamo immaginarci come una splendida melodia ma non perfetta perché di tanto in tanto fuoriescono note stonate, gorgheggi mal riusciti, suoni fuori tempo, dei rumori di fondo solitamente non udibili che balzano fuori inattesi a guastare l’armonia. La gradevolezza della musica dipende dalla udibilità delle interferenze: quanto più aumenta l’invadenza del disturbo altrettanto appare fastidiosa la stessa armonia. In pratica, l’infelicità riguarda tutti ma la cacciata di questa forma di sconforto, per un tempo più o meno lungo, dalla memoria garantisce al banditore una mancanza di infelicità, quindi la gioia.

Non voglio assolutamente dar credito a Watzlawick il quale, di sicuro scherzando, vorrebbe che noi, nell’inseguire felicità impossibili, evitassimo di procurarci ulteriori infelicità (Watzlawick 1997).

Non vogliamo mica la luna, trovare l’isola che non c’è, vivere nella terra di mezzo. Non vogliamo cose impossibili, avere pretese esagerate, non accontentarci mai di quello che si ha: stiamo solo cercando una tecnica, un metodo, un comportamento che, se non possa renderci sordi all’inevitabile frastuono della vita, possa almeno bilanciare in positivo quel buonumore andato perso, assicurarci una mappa per uscire dal ginepraio in cui ci siamo maldestramente introdotti o ci hanno volutamente o inconsapevolmente confinato.