Essere nel mondo

Ciò che per la crisalide è la fine del mondo, il mondo chiama farfalla.Lao Tze

Nel De profundis, Wilde, con riferimento alla propria situazione carceraria, lamenta che per coloro che vivono in prigione non esiste altro evento che la sofferenza. Sofferenza che «è il modo in cui esistiamo, perché è il solo mezzo per cui diventiamo consapevoli di esistere, e il ricordo delle sofferenze passate ci è necessario come la garanzia, la prova, della nostra identità» (Wilde 2011). A volte – ma forse sarebbe meglio considerare spesso – la sofferenza esce dalle case di pena e abita il mondo libero, allo stesso modo.

Ciascuno di noi è sottoposto a continue sollecitazioni per il nostro essere nel mondo (Heidegger 2005). Sollecitazioni che recepiamo mediante i sensi: è per mezzo di essi che capiamo di essere nel mondo. Riguardo a questa sensibilità di intendere la propria esistenza, senza sconfinare in tematiche che ci porterebbero lontano, occorre accettare l’idea che essa sia possibile anche agli animali mentre è da comprendere con attenzione fin dove la mancata funzionalità dei sensi comporti la cessazione della vita. Ma queste, come ho detto, sono altre questioni. I sensi, dunque.

«La storia umana registra l’esplorazione di ogni cosa individuabile dai cinque sensi e l’impiego di tutto ciò che i cinque sensi identificano per sopravvivere e per fornirci una comodità sempre maggiore [per questa ragione] le nostre esperienze del mondo sono esperienze dei cinque sensi e la nostra comprensione di tali esperienze è il prodotto dell’intelletto» (Zukav 2011).

Bateson, per spiegare la percezione che abbiamo del mondo, adopera una metafora, quella della figura di un cieco che impiega il suo bastone come mezzo per muoversi nel mondo. Il corpo del cieco non finisce con la mano ma dal momento in cui egli, grazie al bastone, sente, quest’utensile diventa, di fatto, un prolungamento del suo corpo. Il cieco, che si munisce di un’estensione per imporsi sulla sua cecità, rende manifesto il senso profondo del nostro essere nel mondo (Bateson 1976).

Questi turbamenti sono, perciò, una connotazione della nostra stessa esistenza oppure provenienti dall’esterno ovvero dal nostro interno. In primo luogo, legati alla vita, sono i fatti naturali come nascita, malattia, morte e altri, gli eventi naturali quali terremoto, maremoto, alluvione, eruzione. Provengono, invece, dall’esterno le azioni compiute dai nostri simili o da altri esseri viventi nei nostri confronti. Da ultimo, nascono dentro di noi sentimenti, istinti o quant’altro ci provengono dalla nostra mente.

Quindi non tutte le alterazioni della realtà sono prodotte dalle medesime cause. Esse possono essere naturali, quindi ineluttabili, o umane. Queste, a loro volta, possono derivare da proprie scelte, consapevoli o inconsapevoli che siano, o da azioni prodotte da tutti gli altri esseri umani o animali.

Dewey ci conferma che l’esistenza ha un ineliminabile carattere di precarietà: la scena del mondo è transitoria e rischiosa, incerta e terribilmente instabile perché nessun evento o gruppo di eventi è assolutamente garantito, sottratto alla minaccia del tempo o di altri ordini di eventi con esso incompatibili (Dewey 1990). Ricchi o poveri, allegri o tristi, propositivi o catastrofisti, queste sollecitazioni le subiamo tutti.

Nella vita delle persone, i cambiamenti sono un processo ordinario e permanente. Essi, a volte, sono sostenuti dal proposito di realizzare un determinato progetto, in altre circostanze sono imposti dalla necessità del momento di dare una risposta costruttiva a un evento che ha modificato l’evoluzione della nostra vita. Non ha importanza quale sia l’ambito interessato, personale, affettivo, relazionale, o lavorativo, ci sono occasioni nella vita di ciascuno in cui gli eventi provocano insoddisfazione e urgenza di cambiamento. La nascita, la crisi in un rapporto, un lutto, la necessità di doversi spostare in un’altra città, la voglia di cambiare lavoro, di innovarsi, o soltanto di iniziare una dieta e riuscire nell’intento. Riguardo a queste e a numerose altre situazioni è normale non essere consapevole come approcciarsi al cambiamento e la paura di procedere può immobilizzare.