Lèggere

Il libro è una delle possibilità di felicità che abbiamo noi uomini.Jorge Luis Borges

Quando si legge, è come incontrare una persona che non si conosce e parlare del più e del meno, o meglio di quello che quella persona ha da dire su qualcosa. Ancora di più se quella persona non vive più, in questo caso ho la sensazione di rovistare nella soffitta di costei o costui e trovarvi dei preziosi, degli oggetti di valore di cui nessuno era a conoscenza o aveva dimenticato perché a questo mondo anche «il tempo invecchia in fretta» (Tabucchi 2009).

Sulla Treccani online, oramai divenuta il mio punto di riferimento, ho scoperto che il nostro verbo leggere deriva da un termine latino, e a sua volta da un termine greco, che significano raccogliere. Ed è esattamente ciò che facciamo quando leggiamo: raccogliamo quanto qualcun altro ha seminato, prodotto, inventato.

Leggere, ma anche scrivere, è fondamentale giacché «l’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire» (Pennac 1993).

Pure nei romanzi abitano soggetti che dedicano, in maniera considerevole, parte della loro esistenza alla cultura. Mi torna in mente uno dei libri che qualche anno addietro ha avuto un enorme successo ma che ho letto nei primi giorni del 2012: L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. È la storia di una donna che trascorre la sua vita a osservare e apprendere parecchio dai comportamenti delle persone che risiedono l’elegante palazzo in cui lei è portinaia, e nella sua distaccata dimora impiega, all’insaputa di tutti quanti i condomini anche dei più ostili, le sue giornate a divorare libri, intere opere enciclopediche, e a formarsi una consapevolezza di sé e degli altri così raffinata in grado di rivaleggiare con il miglior psicologo o professore di filosofia o di sociologia. Renée, questo il nome della portinaia, e Paloma, l’altra protagonista del romanzo, non al corrente una dell’altra celano le proprie esistenze a chiunque fino al giorno in cui arriva monsieur Ozu. Mi fermo per non svelare l’inattesa conclusione. Quindi, si diceva amore per i libri, per la cultura.

Se è intenso il desiderio di leggere, si può decidere anche di laurearsi. Del resto, oltre alle classiche lezioni frontali, rimangono i libri: se si è disposti a leggere, cercando ancor più di capirli, un considerevole numero di libri, ci si laurea.

Si può anche essere d’accordo sul fatto che «i libri [pur essendo] una bella cosa a modo loro, [...] sono un ben misero surrogato della vita» ma quando si decide di dedicare, con filiale attaccamento consapevolmente e volontariamente, una decina d’anni della propria esistenza ad assistere qualcuno a cui si vuol bene, occorre impiegare in maniera costruttiva le numerose ore altrimenti facilmente traducibili in vano e deprimente ozio.

A volte l’entusiasmo per i risultati che si conseguono non è sufficiente a evitare lo sconforto per certi accadimenti, allora diventa necessario sentire gli amici, confrontarsi con il medico di famiglia – un grazie al caro amico dott. Musso -, la farmacista di fiducia – la cara amica Gemma -, farsi confortare dalla cara badessa – Anna Maria Cànopi -, comprare e leggere, ogni tanto come guida spirituale, Sotto controllo di Judith Viorst, assieme coinvolgente e confortante.