The show must go on (off)

Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita.Eduardo De Filippo

Se si prova a cercare un aforisma, una citazione avente come tema la televisione si può rimanere delusi dal fatto che non ce ne quasi alcuno che la ritiene un media positivo, anche da parte di chi televisione ne ha fatta o ne fa ancora. Adesso non intendo certo lanciare una crociata a favore di questo mezzo di comunicazione ma ritengo che non sia tutto da buttare anche perché qualche programma lo guardo e, quindi, non intendo prestarmi a quest’abituale gioco al ribasso, becero pessimismo.

Alcune trasmissioni che ho visto negli ultimi anni, o che continuo a seguire, sono la serie televisiva Tutti pazzi per amore, lo storico programma che cerca di ritrovare persone disperse, Chi l’ha visto?, Le invasioni barbariche con Daria Bignardi, Che tempo che fa con Fabio Fazio, la prima edizione del reality show Grande Fratello condotto ancora da Daria Bignardi e andato in onda nel 2000 a cui ha partecipato lo sfortunato Pietro Taricone.

Aggiungo un appunto interessante che riguarda Tutti pazzi per amore: nel filmato, allegato al lavoro, possiamo vedere uno spezzone in cui un personaggio immagina – e arriva a vedere - sé stesso nel futuro.

Presso il Teatro Manzoni di Milano, nell’ultimo fine settimana di gennaio di quest’anno, sono andata a vedere lo spettacolo Due di noi.

Lo show è tratto dalla prima commedia dello scrittore inglese Michael Fryan, autore tuttora vivente meglio conosciuto in Italia per Rumori fuori scena. Lo spettacolo è il ritratto di tre coppie, tutte interpretate da due soli attori: Emilio Solfrizzi e Lunetta Savino, in particolari momenti della vita.

I tre atti vertono sul tema della coppia. Nel primo, denominato Nero e argento, una notte nella vita di una giovane coppia sposata con un neonato che torna in vacanza a Venezia nella stessa camera d’albergo dove avevano trascorso la luna di miele. Ma il lieto evento li catapulta in una nuova esistenza assurda e sconosciuta che li porta a chiedersi chi erano, come litigavano, cosa facevano, prima dell’evento, ormai innaturale, della nascita del bambino.

Nella seconda pièce, Signor zampetta, la comunicazione di coppia è sostanzialmente azzerata tant’è che la moglie rimedia dialogando in maniera surreale con il piede del marito, marito nascosto dietro un’interminabile lettura, l’unica parte del corpo che ne tradisce qualche impercettibile emozione, a dispetto della sua ostentata e glaciale impassibilità.

Alla fine, nell’ultimo atto, Cinesi, i due attori diventano molti di più: marito e moglie si ritrovano a dover gestire una cena alla quale hanno invitato, per sbaglio, una coppia di amici da poco separati e il nuovo amico di lei. In quest’ultima parte con un gioco di entrate ed uscite ad incastro perfetto marito e moglie, trasformandosi in tutti i personaggi previsti, divengono maschere sceniche, maschere verso il coniuge, maschere verso gli amici, per riuscire a salvare le apparenze. In questo senso i “cinesi”, che apparentemente e proverbialmente si assomigliano tutti, stanno ad indicare la difficoltà nel distinguere gli amici.