Viaggiare per incontrare

Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l’immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d’un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell’avvenire.Lev Tolstoj, I cosacchi

L’isola di San Giulio è un rifugio. Ho perso il conto delle volte che ho toccato e vissuto qualche giorno questa isola quiete così prossima a Torino, città che è resa così distante una volta che il battello attracca al molo di questo luogo sicuro. Ci sono stata da sola e con chi ho amato.

Quando sono in pensiero, ci vado anche con la sola mente. Ci ritorno volentieri, sempre. «La cosa che più conta di un viaggio è non smettere di viaggiare» (Maggiani 2006) anche quando il viaggio è terminato e si ritorna nel luogo da cui si è partiti, dove si trascorre.

In precedenza ho parlato di omeofobia. Avrei potuto meglio approfondire questo ragionamento apportamento diversi esempi ma voglio limitarmi a uno di essi, il viaggio come spostamento.

Cambiare città non è facile, credo per nessuno, penso ai tanti giovani laureati italiani che si trasferiscono all’estero, ma secondo questa idea che ho maturato, ci si può allenare allo spostamento, al trasferimento. Tutto quello che serve è conoscere, istruirsi circa l’oggetto delle nostre paure. Se per qualche motivo ancestrale, legato a esperienze negative, abbiamo paura di spostarci, conviene accumulare quante più informazioni possibili sulla nostra meta, individuare le differenze rispetto al luogo dove abitualmente abbiamo vissuto. Se non basta, curiosare nelle biografie di qualunque personaggio che ha trovato spazio sulle pagine di wikipedia per scoprire che, nella generalità dei casi, la città natale non corrisponde all’ultima dimora terrena.

Se ancora non basta, rimandare il pensiero a quanti lavoratori del passato hanno lasciato il proprio luogo di appartenenza per non farvi più ritorno, pur non dimenticandosene mai.