L’importanza di un occhio esterno

Nell'altro non si entra come in una fortezza, ma come si entra in un bosco in una bella giornata di sole. Bisogna che sia un'entrata affettuosa per chi entra come per chi lascia entrare, da pari a pari, rispettosamente, fraternamente. Si entra in una persona non per prenderne possesso ma come ospite, con riguardo, con venerazione: non per spossessarlo ma per tenergli compagnia, per aiutarlo a meglio conoscersi, per dargli consapevolezza di forze ancora inesplorate, per dargli una mano a essere se stessoPrimo Mazzolari

L’accertamento di un generico malessere fisico o di una più severa patologia trova la sua adeguata e naturale soluzione presso uno studio medico. Più difficile è rimediare a un dolore psichico, innanzitutto nella scelta dello specialista a cui rivolgersi, perché si ha il dubbio fra le differenti professionalità operanti in campo psicologico. Pure più difficile è ammettere di avere disturbi mentali, per il timore di essere additati come fuori di testa o squilibrati.

Sappiamo che quasi mai il cervello è in grado di investigare sé stesso riguardo ai propri rimedi terapeutici perciò «so quel che dico quando affermo che metterei l’analisi come materia obbligatoria dalla prima elementare in tutte le scuole, perché penso che se fin da piccoli avessimo gli strumenti per essere critici nei confronti della nostra vita, sapremmo costruirci un futuro» (Pivetti 2012). Come non darle ragione.

Durante il corso della propria vita, ci si ritrova periodicamente a sopportare periodi di crisi e di cambiamento. Se queste fasi sono accompagnate, ed è probabile che lo siano, da una generale sensazione di disagio e stati d’animo intensi, aumentano gli ostacoli in una ricerca, già per sua natura non agevole, delle soluzioni idonee.

Quando si ritiene di avere le batterie scariche ovvero si è pervasi da un’implacabile sensazione di stanchezza fisica o mentale, si giunge a fine giornata stremati da mille pensieri o da estenuante fiacchezza, si nutre un senso di abbattimento o di malinconia, occorrerebbe fermarsi, concedersi una pausa, immaginare un’attività con la quale rilassarsi. Senza aspettare che qualcuno ce lo dica, serve tirare i remi in barca e attendere che il mare si plachi per evitare di remare inutilmente contro corrente.

Se però ne siamo incapaci, occorre concederci una chance, affidarci a un operatore con il quale instaurare un tipo particolare di relazione di aiuto. Una relazione, secondo la definizione di Rogers, «in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il conseguimento di un modo di agire più adeguato e integrato», che a parere di Brammer «ha molto in comune con le relazioni di amicizia, familiari, pastorali, tutte dirette ad appagare bisogni umani basilari». In altri termini, per Folgheraiter, la relazione è un «incontrofra due persone, di cui una si trovi in condizioni di sofferenza / confusione / conflitto / disabilità e un’altra invece dotata di un grado «superiore» di adattamento / competenza / abilità rispetto alle stesse situazioni o tipo di problema».

Obiettivo del counseling, stando a Rollo May «è il riequilibrio delle tensioni fondamentali della personalità (ambizioni e interesse sociale), perché possano coesistere in un’armonia funzionale» mentre per Rogers è «di aiutare l’individuo a crescere perché possa affrontare sia il problema attuale sia quelli successivi in maniera più integrata, ovvero con maggiore autonomia, responsabilità, consapevolezza» ma non di risolvere un problema specifico.

Le singole definizioni elaborate dalla World Health Organization (WHO), dall’Associazione Universitari per lo sviluppo e la formazione alla Relazione d'Aiuto e al Counselling (AURAC) e da Mario Fulcheri, riassunte mediante un mio ipotetico minimo comune multiplo, designano la relazione professionale di aiuto come un intervento comunicativo empatico e dialogico in una condizione di cooperazione relazionale. in cui sono coinvolti counselor e cliente; relazione intensa, limitata nel tempo che aiuta una persona sana a trovare da sé e riorganizzare le proprie risorse per far fronte a situazioni di disagio.

Questa particolare forma di aiuto, un primo livello di aiuto, prende il nome di counseling il quale è fondato sull’ascolto empatico e sul sostegno. Altri due livelli, in cui si articola una relazione di aiuto, sono il coaching e il mentoring; rispettivamente mentre l’uno si basa sulla guida e sull’accrescimento delle risorse personali, l’altro s’incentra sull’assunzione per intero della persona nella sua transizione e sull’esempio diretto.